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  • FEDERICA ISACCO GRASSI

ADOLESCENTI IN CRISI: creiamo spazi condivisi

Dagli anni ’90 si è verificato un aumento notevole delle richieste di consultazione psicologica da parte di adolescenti, per cui è stato necessario apportare delle variazioni alla tecnica classica.

Infatti, pur avendo bisogno di un contenimento che dia loro un senso di solidità e continuità, con pazienti giovani occorre una certa elasticità, un ascolto “su misura” che venga sentito non come applicazione di una regola anonima, ma come la creazione di uno spazio condiviso, del quale l’adolescente si senta non solo partecipe ma corresponsabile.


Inoltre, negli ultimi decenni si è assistito a numerosi cambiamenti nell’assetto familiare e sociale che hanno comportato nuove forme nel processo di individuazione adolescenziale e perciò nuovissimi disagi.

Può capitare che il processo di sviluppo psichico dell’adolescente subisca un ritardo, un blocco o una distorsione nella sua evoluzione e che quindi il ragazzo viva una situazione di malessere, che spesso assume le tonalità di una crisi che deve essere urgentemente risolta e superata.


IL RUOLO DEI GENITORI


In queste vicende sono sempre estesamente e profondamente implicati anche i genitori del ragazzo. Entrambi i poli della relazione genitori-figlio sperimentano una serie di vissuti emotivi, di gratificazioni e frustrazioni, anche di ordine narcisistico, nell’affrontare il distacco e la differenziazione che l’emancipazione comporta.


Per il clinico diventa quindi importante comprendere anche le dinamiche familiari che possono contribuire alla formazione e al mantenimento dei sintomi del figlio, per rimuovere gli ostacoli che interferiscono con le forze maturative progressive dell’adolescente e della sua famiglia.

Non è facile discernere le manifestazioni dell’esordio di un’effettiva psicopatologia dall’aspetto apparentemente psicopatologico di un adolescente sano in crisi.

Il processo trasformativo in corso suggerisce comunque di usare una certa cautela nel formulare una diagnosi strutturale.

Il clinico che lavora con gli adolescenti deve conoscere la specificità del funzionamento in età evolutiva e adattare la tecnica di cura alle caratteristiche psichiche e relazionali degli adolescenti in generale e di quel paziente adolescente in particolare.


L'INSTAURAZIONE DEL RAPPORTO


Il terapeuta rappresenta per l’adolescente una nuova figura adulta, ma diversa dai genitori perché non coinvolta nelle dinamiche conflittuali e non investita affettivamente, ciò è fondamentale in questa delicata fase evolutiva in cui il ragazzo sta cercando di maturare un distacco dagli adulti, in particolare dai genitori.

Il clinico deve quindi modularsi sulle esigenze dell’adolescente e collocarsi alla giusta distanza per far sì che non viva il nuovo rapporto come intrusivo o al contrario distaccato e indifferente.

È per mezzo della relazione terapeutica che il clinico cercherà di fare luce sulle figure interne che popolano la vita emotiva e mentale del ragazzo e, al tempo stesso, sui modi attraverso i quali l’adolescente percepisce se stesso e riflette su di sé.

Contemporaneamente, il terapeuta tenta di cogliere i modi con cui il paziente cerca di proteggersi dal dolore, dalle ferite, dalle angosce e dalla confusione prodotta dal suo mondo interno. È inoltre teso a cogliere aspetti delle esperienze del ragazzo che sono fonte di piacere, autostima e soddisfazione, in grado di promuovere le sue capacità di recupero.


Vedi anche:

http://www.psicologiacoppiabrescia.it/1/corso_prematrimoniale_laico_1103796.html


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